Paura della stagflazione

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Negli Stati uniti cresce il timore di una fase congiunturale nella quale il risveglio dell’inflazione è accompagnato da una forte discesa dei tassi di crescita. E’ quello che gli economisti chiamano stagflazione

ALLEGRA RIZZOLI

Paul Krugman l’ha definita una mild stagflation, ovvero una leggera stagflazione. Una diagnosi prudente per un paziente speciale, l’economia americana. Dopo tre anni all’insegna della ripresa, favorita dagli sgravi fiscali promossi dal presidente George Bush e dalla politica monetaria espansiva della Federal  Reserve, gli Stati Uniti perdono colpi. Il primo segnale d’allarme, settimana scorsa, era arrivato dal terzo calo consecutivo della fiducia dei consumatori, il motore della congiuntura a stelle e strisce. Il deludente dato sul pil del primo trimestre (+3,1%, abbondantemente sotto le stime) ha evidenziato altre due debolezze: la frenata degli investimenti delle imprese e delle esportazioni. Il terzo indizio, e dunque la prova, del momento delicato degli Usa l’ha fornito banchiere centrale Alan Greenspan, che martedì scorso ha tracciato un quadro tutt’altro che rassicurante della situazione. «Frenano i consumi e crescono le pressioni inflative – hanno avvertito dalla Federal Riserve – Alziamo il costo del denaro al 3% e continueremo a farlo a un ritmo misurato». Traduzione: siamo d’accordo con Krugman, la forbice tra crescita e prezzi continua ad allargarsi, avvicinando lo spettro della cosiddetta stagflazione.

I nodi, insomma, vengono al pettine. Il primo è quello rappresentato dall’esaurirsi, nel 2004, delle politica fiscale espansiva della Casa Bianca. L’effetto, come previsto dagli analisti, si è fatto sentire nel primo trimestre di quest’anno. Le imprese hanno smesso di acquistare apparecchiature e software, sui quali godevano di deduzioni del 50% sulle imposte; in compenso hanno accumulato scorte a dismisura, gonfiando artificiosamente il pil dell’1,2%. I consumatori hanno perso l’abitudine di «strisciare» senza criterio le carte di credito: le spese finali sono cresciute solo del 3,2%, il minimo degli ultimi due anni. Questo anche in virtù del crollo del reddito reale delle famiglie americane: da gennaio a marzo è sceso dello 0,2%, dopo un’impennata che durava da inizio 2002. Non solo, la generosa espansione fiscale voluta dai repubblicani ha contribuito all’esplosione dei deficit gemelli. Quello statale è in costante aumento, tanto che il Tesoro americano, per finanziarlo, sta prendendo seriamente in considerazione di tornare a emettere titoli di Stato a 30 anni.

Una mossa quasi obbligata per Bush: la Cina, che negli ultimi tre anni ha finanziato le follie di bilancio americane acquistando enormi quantità di Treasury, nel 2004 ha tagliato gli investimenti in asset a stelle e strisce dall’11%. Anche il disavanzo commerciale, nonostante la svalutazione del biglietto verde «guidata» dalla Casa Bianca, è un disastro: a febbraio ha toccato il nuovo massimo storico, a 61 miliardi di dollari. L’America, patria del liberismo, paga la delocalizzazione strutturale delle imprese, che ha accresciuto la reimportazione dei prodotti finiti: lo squilibro tra import ed export, nel primo trimestre, è costato l’1,5% del pil.

Il secondo nodo si chiama Federal Reserve, che nel 2001, preso atto di una recessione che era iniziata ben prima dell’11 settembre, ha salvato Bush e l’economia americana abbassando il costo del denaro all’1%, il minimo storico. Adesso Greenspan si trova però davanti a un dilemma: alzare i tassi in modo troppo violento per combattere il carovita (che nel primo trimestre è lievitato pericolosamente al 2,2%, escludendo alimentari e materie prime) frenerebbe ulteriormente l’America. E allo stesso tempo rischierebbe di far saltare il mercato obbligazionario e immobiliare, finora sostenuti da equilibri che la stessa Federal Reserve fatica a interpretare.

Nonostante la banca centrale sexo gay abbia già effettuato otto strette monetarie consecutive (il costo del denaro è arrivato al 3%), infatti, i tassi sui bond sono rimasti fermi e gli acquisti di case proseguono a ritmo di record. In gergo finanziario questa si chiama bolla, anche se lo stesso Greenspan – per amor di patria – l’ha definita una tendenza `indecifrabile’. Considerata la provvidenziale frenata del greggio (ormai sotto i 50 dollari), il terzo nodo dell’economia americana è la stagnazione del mercato del lavoro. La Federal Reserve, martedì scorso, ha sottolineato il forte potere sui prezzi da parte delle imprese, in virtù di una produttività che resta su livelli molto elevati. Dal quarto trimestre 2001, i salari reali sono cresciuti del 5,3%: mai, dopo una recessione, si era registrato un aumento così risicato, che ha l’effetto di diminuire il reddito spendibile dalla base produttiva americana. Non a caso, le recenti statistiche sul settore manifatturiero e su quello dei servizi confermano una realtà occupazionale in preoccupante stagnazione. In questo senso, il dato di oggi sui nuovi occupati di aprile fornirà una fondamentale cartina al tornasole. Lo aspettano con ansia la Federal Reserve e soprattutto la Casa Bianca. Ma soprattutto la Cassandra Krugman.

il manifesto 6 maggio 2005
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