Margherita Dolcevita

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Puntuale come uno sgagozzo,prorompente come una pisciata,atteso come la prima s….(bè avete capito dai)è giunto ormai da pochi giorni in libreria il nuovo ironico viaggio postmoderno targato Stefano Benni reduce dal discusso successo di una favola metropolitana dai toni cupissimi come Achille Piè Veloce.Del precedessore, Margherita Dolcevita mantiene l’ambientazione(un indistinto agglomerato cittadino in un imprecisato momento dell’oggi)e un certo qual retrogusto di maniera,inevitabile comunque per un autore sulla cresta dell’onda da ormai un trentennio.Chi non è nuovo al multiforme multicolore e multilinguistico universo benniano sa bene che la climax è una delle caratterizzanti più notevoli dello scrittore,il quale inizialmente offre sul suo piatto pietanze leggere e digeribili,in modo da preparare il lettore al vertiginoso(e narrativamente inevitabile) cambio di ritmo,che porta la vicenda a livelli dove l’ironia da sostrato principale dell’azione si trasforma in servile ma saggio strumento di apostrofi da ipse dixit.E così naturalmente avviene anche per Margherita Dolcevita dove la cesura e la contrapposizione tra i due momenti della narrazione è cosi palese da sfiorare l’artificioso.All’inizio infatti vediamo comparire davanti ai nostri occhi di lettori affamati la figura antiestetica ma attraente di Margherita,quindicenne fin troppo normale,nella lucidità mentale e nei difetti(fisici);personaggio da cronaca pietistica ben più di un certo Achille(il suo cuore da vecchia in un corpo da ragazza la riduce a una dorata prigione di sciatta,e  scopriremo,salvifica, calma).E insieme a lei si palesano i componenti,stereotipi vivi eppur ingessati,della sua strana famiglia:il padre Fausto,romantico riparatore di oggetti destinati alla rottamazione,capace di far innamorare di sè una bicicletta; la mamma Emma,che la vita come una soap opera(o la soap opera come la vita?)”vecchia bustina da tè usata”,incallita collezionista di bollini da supermarket; il fratello Giacinto,inguaribile ultrà,giovanottone catarroso pronto a capitolare davanti a un po’ di pelo naturale; l’altro fratello,Eraclito,assorto minigenio dell’elettronica,campione interstellare di finte battaglie videogiocate,provetto matematico capace di capitolare davanti all’unico problema irrisolvibile// porta le giarrettiere o le autoreggenti?(riferito alla professoressa di matematica);il nonno Socrate,saggio involucro dedito alla mitridatizzazione,,avvelenamento progressivo capace di esorcizzare la paura di un fulmineo attosicamento;e infine il cane Pisolo,insospettabile guardiano guerriero mignon,fedele compagno nella solitudine cinica alla padroncina Margherita.
Stereotipi di vecchio genuino stampo che un giorno si scontrano con il (p)regresso della famiglia Del Bene;padre imprenditore “a volte spregiudicato” ,madre incallita paladina di una tecnologia che migliora la vita,figlia imbellettata,alla perenne ricerca di una “artificial piagenza” che nasconda il vuoto di un corpo fatto a stampo,unica donna capace di fare battere il cuore,a righe colorate, di Giacinto l’ultrà.Stereotipi di nuova laida società.
Lo scontro ironico-dialettico sembra inevitabile a formare l’ossatura del romanzo,come sulkle orme del Dottor Niù uno spiritoso e al più sarcastico confronto tra due stili di vita diversi e impenetrabili.
E invece è proprio qui che la penna di Benni comincia a intingersi nel fiele.Benni rubizzo e rubicondo chiama in aiuto Benni rubizzo e iracondo.Come sulle orme del Dottor Niù,tutto cambia all’improvviso,tutto si “attosca” per citare un’inedita fonte benniana(un certo Durante Alaghiero…).Per merito,ancora,di uno stereotipo.Per merito di Angelo,il vampiro reietto,il gufo triste e scontroso incapace di integrarsi in un nessun schieramento precostituito,figlio rinnegato del progresso inarrestabile,portatore di un segreto mistero che fa paura,che nessuno vuole riconoscere,chiaro segnale che le cose stanno pe cambiare all’interno della storia.E come detto,l’ironia pur graffiante e mordace,lascia posto alla rabbia cupa alla desolazione angosciosa degni del miglior Poe(non a caso citato nel libro).Per antinomia l’influsso dei Del Bene si fa sempre più prevaricatorio soffocante criminale.Non è certo il progresso il male ci dice l’autore,ma l’uso che se ne fa a fini,grandi o piccoli che siano,di potere.Taglienti e sofferti echi orwelliani( la madre,ormai incapace di distinguere,impietrita davanti al nuovo schermo al plasma,è un tocco sapientissimo di tragico sarcasmo) ci annunciano che la soluzione(in senso etimologico) del grande vorticoso nodo sta per avere luogo.E nel racconto della vecchia Margherita alla omonima(immaginaria?) figlia non è più possibile riscontrare alcun sentimento positiva o almeno di neutra accettazione dell’assurdità del mondo.Il Male è un mostro ingovernabile che travolge anche i propri servitori,anche nella civiltà(?) del postmoderno,anche al di fuori di cerchi e bolge.Chiarificatrici a questo proposito le parole di quello che a mio parere è il miglior critico letterario contemporaneo porno argentino nonchè erede designato(con infinita minor sagacia dissimulatoria e infinita maggior spocchia purtroppo) dello stagionato ma vivissimo “Lupo” Benni.

Dire e insegnare che la guerra è un inferno e basta è una dannosa menzogna.[…] Il compito di un vero pacifismo non dovrebbe essere non tanto demonizzare all’eccesso la guerra quanto capire che solo quando saremo capaci di un altra bellezza potremo fare a meno di quella che la guerra da sempre ci offre.Costruire un altra bellezza forse è l’unica strada per una pace vera.[…] Oggi la pace è poco più che una convenienza politica: non è certo un sistema di pensiero e un modo di sentire veramente diffusi. Si considera la guerra un male da evitare, certo, ma si è ben lontani da considerarla un male assoluto: alla prima occasione, foderata di begli ideali, scendere in battaglia ridiventa velocemente un’opzione realizzabile. […] Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace io la vedo soltanto nel lavoro paziente e nascosto di milioni di artigiani che ogni giorno lavorano per suscitare un’altra bellezza, e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.

E’ un’impresa utopica, che presuppone una vertiginosa fiducia nell’uomo. Ma mi chiedo se mai ci siamo spinti così avanti, come oggi, su un simile sentiero. E per questo credo che nessuno, ormai, riuscirà più a fermare quel cammino, o a invertirne la direzione. Riusciremo, prima o poi, a portar via Achille da quella micidiale guerra. E non saranno la paura né l’orrore a riportarlo a casa. Sarà una qualche, diversa, bellezza, più accecante della sua, e infinitamente più mite.

Alessandro Baricco

La voce narrante di Margherita Dolcevita sembra non comtemplare la possibilità di una vera salvezza. La natura ribelle è troppo crudele verso il suo spietato aguzzino e le parole non servono.Servono solo i “finti sorrisi” di un ardito genio spezzato,la contemplazione assorta e triste di un vivente senza vita.

Margherita Dolcevita è dunquie,per concludere,un inganno angoscioso,un orso selvatico mascherato da clown.Ma soprattutto un libro potente. E importante.Sulla strada della denuncia rabbiosa.

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